Gli anonimi samaritani degli anni Duemila

di Severino Saccardi

Eros, un termine che oggi è frainteso e banalizzato evoca, in realtà, una dimensione luminosa ed ariosa. Nel mondo ambivalente e complesso degli anni Duemila, l’amore ha spesso un volto umile e silente, ma è ben presente e può, nel rimandare all’esigenza di un’agape fraterna, opporsi alle forze potenti dell’odio, del conflitto e dell’imprenditoria politica della paura, che devono essere contrastate «organizzando la speranza» e ricostituendo le basi per una «buona politica» che sia capace di dar risposte alla crisi globale della società contemporanea.

La faccia luminosa dell’eros

Viviamo il tempo della banalizzazione dell’Eros. Che, forse, in questo caso, in maniera più appropriata dovrebbe essere scritto con l’iniziale minuscola. Dire «eros», oggi, significa evocare spesso immagini

e pratiche legate ad una visione consumistica, quando non apertamente mercenaria, di una sessualità che si vorrebbe disinibita e che si ritrova, suo malgrado, appesantita da turbamenti, patologie e insospettabili grumi di umor nero. Non è, questo, che uno degli aspetti del grande fraintendimento culturale che è in atto, nel gioco di luci e di ombre e nella complessità del mondo contemporaneo. Perché non c’è faccia e realtà più luminosa di quella dell’eros, nella sua accezione più ariosa e più ampia.

Quel soffio leggero e ispirato

Forse mai, come in questi nostri tormentati anni Duemila, c’è bisogno che il tocco leggero e il soffio ispirato dell’eros, restituito alla sua dimensione più alta e più piena, tornino ad animare ed a rincuorare il cammino della multiforme umanità che popola il pianeta. È a partire da questa idea e da questa consapevolezza di fondo che è nata la piccola «operazione» editoriale e culturale che, con la sezione monotematica di questo numero, siamo a presentare e che è stata realizzata con la preziosa collaborazione della Fondazione «Stensen» di Firenze (che, per suo conto, per una curiosa e significativa coincidenza, aveva promosso il ciclo di incontri su Eros, Filia e Agape, con una serie di interessanti relazioni, una parte delle quali, insieme ad altri testi di nostri collaboratori, figurano in questo volume). È comune, evidentemente, l’ispirazione di fondo

che muove la scelta di «Testimonianze» (di affrontare in forma monografica un simile tema) e quella degli amici dello «Stensen». Diciamola in termini semplici, e per tutti comprensibili: al fondo c’è la convinzione che nel mondo (un mondo sempre attraversato da conflitti e gravato da vecchie e nuove paure) ci sia sempre

più bisogno (anche se di bisogno spesso inespresso o frainteso si tratta) di amore. Cos’è (certo, questa è oggi, come in antico, la domanda) l’amore? Eros, era la convinzione di Platone, ha una doppia faccia: è figlio di abbondanza e povertà. Si muove nell’oscurità e nell’opacità delle cose del mondo, ma ha nostalgia della pienezza e della luce. È mosso dal desiderio; da un desiderio che non consuma e ottunde, ma che purifica e spinge all’elevazione. Vi è legato, per più versi, anche il tema della bellezza. Senza bellezza, la vita è arida e

si consuma in una desertificazione crescente dei sentimenti. È stato detto che la bellezza salverà il mondo. Ma il senso e la percezione della bellezza non si danno di per sé. Vanno saputi riconoscere. Bisogna educare alla bellezza. Forse aveva ragione Kant, quando parlava dell’universale senso del bello e del sublime. Ma senza affinamento della sensibilità, senza allenamento interiore e spinta a riconoscere la bellezza, ci si abitua a vivere nel brutto e nell’assuefazione a considerare normale vegetare, per dirla con il grande Eliot, in un contesto da waste land (terra desolata). C’è molto da riflettere, in merito, c’è molto da fare e da cambiare. È quanto sollecitano gli interventi di questo volume, affrontando una varietà di temi che spaziano, per non citarne che alcuni, dall’antropologia dell’amore (Dei) alle variazioni sul Cantico dei Cantici (Andreini) all’amore per le cose (Bodei) alle forme della genitorialità (Collura) alla sessualità e identità di genere (Simonelli)… Qual è, se c’è, il filo comune che percorre e lega i diversi interventi ed i punti di vista che, in essi, si esprimono? A chi scrive pare di poterlo vedere nel bisogno condiviso di liberare, per così dire, il bisogno di amore che, pure, percorre così prepotentemente la società contemporanea, dalla pesantezza dei condizionamenti culturali, dal groviglio dei conformismi sociali e dal viluppo degli stereotipi e dei pregiudizi che tendono a misconoscerlo e a soffocarlo. Bisogna imparare a riconoscerlo, a declinarlo e a prenderlo in cura, l’amore[i].

L’amore è umile

Non è semplice, collocati come siamo in un versante della storia in cui le pulsioni aggressive e mortifere di thanatos, rispetto alle titubanze ed all’incerto procedere delle forze benigne, unitive e concilianti di eros (ricorrendo alla terminologia usata da Freud[ii]  in un celebre carteggio con Einstein), sembrano pericolosamente guadagnare spazio e punti. In un altro ambito del volume, Vannino Chiti e Rodolfo Ragionieri riflettono e propongono interessanti analisi sul sanguinario clima di intolleranza (di cui l’eccidio dei giornalisti di «Charlie Hebdo» è preso ad emblema) e dei fondamentalismi che rendono così tesa e incandescente la situazione globale del tempo in cui ci è dato vivere. L’odio e l’imprenditoria politica della contrapposizione e della paura dell’«altro» non fanno fatica a ricavarsi un posto centrale sul proscenio delle vicende contemporanee. Ma è proprio delle cose umane svolgersi all’insegna dell’ambivalenza e della complessità. Così è, ancor più, nella polimorfa realtà dell’età dell’interdipendenza planetaria[iii]. Le spinte alla disgregazione ed alla conflittualità distruttiva non sono le sole ad essere in campo. L’amore, come è stato detto, è umile, non si vanta e non fa rumore. Ma esiste, opera e incide. Lo si può incontrare nelle mille forme di presenza del volontariato, dell’associazionismo e della cooperazione. Ma lo si riconosce anche in gesti individuali, privi di clamore, che sono capaci di dare un segno diverso alla vita. Gesti talora inattesi e che vengono magari da chi non te li aspetteresti. Era forse pensabile, secondo il racconto del Vangelo, che il soccorritore del viandante pestato e abbandonato per strada avesse le sembianze dello straniero e del pagano? I samaritani esistono, quali imprevedibili e benefiche presenze, in tutte le epoche. Nei nostri anni Duemila, come definire altrimenti (secondo le cronache di qualche anno fa) l’«extracomunitario» che, su una delle nostre spiagge, sacrifica la propria vita per salvare quella di un giovane bagnante? E come non catalogare nella categoria dei «samaritani» coloro che fanno silenziosamente lavoro di assistenza nelle carceri, nelle mense dei più poveri, nei porti dove fortunosamente attraccano barconi e zattere dei «dannati della terra». Non sono di scarso rilievo, dopotutto, le presenze di coloro che, nel nascondimento e nella discrezione, lavorano a gettare semi di speranza.

Organizzare la speranza

C’è certo bisogno, come avrebbe detto Balducci, di «organizzare la speranza». Cioè, di una politica che si metta in grado ed in condizione di mettere a frutto quanto a livello di impegno civile e di apertura all’«altro» , bene o male, si va realizzando nella società. Alla fine sempre lì si torna: all’implicito bisogno profondo e al sostanziale e scoraggiante deficit di una «buona politica» che sia capace di dare risposta globale alla crisi della nostra epoca. «Uscirne insieme è la politica», diceva don Lorenzo Milani. Nel linguaggio dello spirito, è di agape fraterna che si parla. Nella concretezza dei rapporti umani, c’è bisogno che tale, profonda ispirazione si esprima in una strategia di operante solidarietà che dia una risposta, in un mondo segnato dai conflitti e dall’iniquità, alla sete inestinguibile di libertà e giustizia dell’umanità. Ce n’è bisogno più che mai, in questi tormentati anni Duemila.

 

 
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