L'Indice: Sette tesi sulla magia della radio

Scatola sonora, nobile e autosufficiente


recensione di Luca De Gennaro

dal numero di marzo 2018

 

Massimo Cirri
SETTE TESI SULLA MAGIA DELLA RADIO
pp. 320, € 13
Bompiani, Firenze-Milano 2017

Massimo Cirri - Sette tesi sulla magia della radioAvreste detto che tra le cause della tragedia del Titanic ci fosse la radio, o meglio l’improvvido uso del mezzo da parte dei marconisti della nave? Già, perché in quella drammatica notte di aprile del 1912 i telegrammi in uscita dei ricchi turisti sul Titanic che mandano i saluti a casa impediscono la ricezione degli SOS mandati da un’altra nave per avvisare della presenza di un enorme iceberg sulla rotta. È uno degli affascinanti racconti sulla radio contenuti in questo bel libro di Massimo Cirri, psicologo, conduttore da più di vent’anni di Caterpillar su Radio 2 e grande appassionato di radio, il mezzo di comunicazione più leggero e “poroso, attraversabile, includente, disponibile”. Massimo Cirri racconta con amore la bellezza della radio con storie che arrivano da epoche ed esperienze diverse: Bertolt Brecht negli anni trenta preconizza la radio come mezzo “social” che potrebbe non solo trasmettere ma anche dare voce a chi ascolta, Franklin Delano Roosevelt è il primo presidente degli Stati Uniti a rivolgersi settimanalmente agli americani via radio, ogni sabato, chiamandoli “amici miei” e inventando di fatto il format della “radio del caminetto” nello stesso anno, il 1933, in cui Hitler trasforma Radio Berlino in un veicolo di propaganda nazista. La radio che Massimo Cirri definisce “porosa”, interattiva, dialogica, dove anche il pubblico diventa voce, comincia, in Italia, da Chiamate Roma 3131, nel 1969, pochi anni prima della rivoluzione dal basso della radiofonia privata. E se le prime radio commerciali mutuano ritmo e linguaggio da modelli internazionali come Radio Luxembourg e italiani come i programmi di Radio Rai Alto gradimento e Per voi giovani, quelle politiche diventano voce del movimento del 1977 e inaugurano nuovi modelli di giornalismo. Umberto Eco teorizza la nuova figura del “corrispondente a gettone” quando Radio Popolare (dove Cirri muove i primi passi) batte di quaranta minuti l’Ansa nel dare la notizia della morte dello studente Francesco Lorusso a Bologna.

È il “giornalismo dell’istantaneo” in un’epoca nella quale ancora non esistono telefoni cellulari e internet. Oggi gli ascoltatori, attraverso le pagine social che accompagnano qualsiasi programma radio, sono sempre più presenti e attivi: “L’incrocio tra radio e social network modifica pesantemente sia la relazione verticale tra conduttore e pubblico, sia la relazione orizzontale tra i singoli ascoltatori”, dice l’esperto Tiziano Bonini, docente e conduttore radio, qui citato. Il racconto più avvincente del libro di Massimo Cirri è anche l’esempio più drammatico del rapporto tra chi trasmette e chi ascolta, e risale al pomeriggio del 6 ottobre 1975, quando un uomo entra armato in una banca di New York e sequestra dieci persone chiudendosi dentro con loro in nome dell’Esercito di liberazione simbionese. Radio e tv locali accorrono sul posto e cominciano a trasmettere in diretta notizie sul sequestro e le trattative in corso da parte della polizia per liberare gli ostaggi quando il sequestratore, Cat Olsen, chiede e ottiene di parlare solo con il suo dj preferito, Scott Muni di Wnew, detto “il professore”, il più seguito conduttore del pomeriggio in città, che lui ascolta sempre perché mette la musica giusta e perché è un grande fan dei Grateful Dead, secondo lui la migliore rock band del mondo. “Passatemi il professore!”, intima, mentre tiene sotto tiro dieci persone, e Scott Muni, il grande esperto di rock, che ha intervistato le più grandi star, si trova di colpo a dover fare il negoziatore, lo psicologo, a parlare con un pericoloso criminale cercando di convincerlo a liberare i prigionieri ma nello stesso tempo a cercare di distendere gli animi di chi ascolta la radio. E qui viene fuori il mestiere, la capacità del vero disc jockey a confrontarsi con ogni tipo di pubblico e di situazione. Una storia emblematica della “golden age” della radio, delle grandi personalità in onda, di personaggi come John Peel in Inghilterra, Wolfman Jack in America e Renzo Arbore in Italia, a confronto con la realtà di oggi di radio sempre più leggere e “smagrite”, radio “di flusso” dove vince l’ascolto da sottofondo, web radio con una colonna musicale continua, playlist tematiche e sempre più “su misura” create su Spotify. Un mondo dove ognuno può crearsi la sua radio personale e dunque si perde il ruolo di guida, di portatrice di conoscenza che la radio ha sempre avuto. Un libro che riconosce alla radio la missione di portatrice di parola, di contenuto, l’eterno fascino della scatola dalla quale viene fuori un suono ma non si vede quello che succede dietro. Radio che non è sorella minore della televisione ma anzi è un mezzo nobile e autosufficiente. John Peel, il più grande dj della Bbc, diceva “Non mi piace andare in televisione perché non voglio creare imbarazzo ai miei figli”. La radio protegge anche chi la fa, e come dice nel libro Renzo Arbore, “Ero molto timido; la radio mi ha aiutato a parlare perché mi ha mascherato dietro al fatto che non mi si vedeva”.

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L De Gennaro è conduttore radiofonico e critico musicale

 
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