Enzo Marzo: «La politica che non c’è»

intervista pubblicata su Riforma.it

Martedì prossimo a Roma, nella Sala riunioni del Roma Scout Center in largo dello Scautismo 1 si riunirà il Forum di Critica liberale. Un appuntamento culturale importante e condiviso da moti intellettuali, giornalisti e politici. Abbiamo rivolto alcune domande a Enzo Marzo che da oltre trent’anni è giornalista del Corriere della Sera, dove ricopre e ha ricoperto incarichi di responsabilità sia nel settore politico che in quello culturale. È docente di Profili deontologici della professione giornalistica presso la scuola di giornalismo Luiss. È direttore di «Critica liberale», mensile di sinistra liberale, e presidente della Fondazione Critica liberale.

Il forum di critica liberale si terrà il prossimo 23 giugno a Roma, un’occasione per riflettere sul futuro del nostro paese. Nel vostro invito al dibattito fate emergere scenari difficili per l’attualità politica.

«Assistiamo a un accelerato degrado del paese, dei suoi costumi, delle sue classi dirigenti. Basta vedere le tendenze elettorali di questi ultimi tempi per rendersi conto che i cittadini italiani ormai hanno introiettato una sfiducia reale verso la classe politica. Purtroppo a un’offerta politica numericamente copiosa corrispondono paradossalmente una omogeneità del tutto negativa del personale politico e una assenza di volontà politiche e di valori che ormai hanno assunto proporzioni così rilevanti che, a nostro parere, ci trascineranno in una situazione drammatica e irreversibile».

Lei dipinge uno scenario cupo. E’ sicuro che sia condiviso?

«Non vogliamo essere catastrofici. E’ un segno di civiltà continuare a dibattere e battersi anche in condizioni difficili. Discuteremo di tutto, ma soprattutto su due temi che non sono nell’agenda della cultura e della politica odierna. La sinistra italiana per quasi un secolo è stata dominata, fino a identificarvisi, con la politica togliattiana. Uno degli obiettivi permanenti di quella politica era la distruzione di qualsiasi idea di competizione che fosse concorrenziale a sinistra. Da qui la persistente volontà distruttiva di quel filo rosso che partendo dal liberismo inglese è passato in Italia per grandi “profeti disarmati” e sempre sconfitti. Negli ultimi decenni, grazie a quella identificazione e all’assenza di una sinistra plurale, una volta caduto il comunismo è caduta la sinistra. Perché meravigliarsene? Precedentemente e successivamente l’accordo di fondo tra cattolici e comunisti ha tenuto l’Italia fuori dal grande dibattito di idee della modernità. Da qui io vedo la nostra decadenza».

Una decadenza politica, sociale e culturale?

«Appare evidente, ma evidente non lo è per molti, che la salvezza del paese passa attraverso delle politiche pubbliche che sappiano coniugare le battaglie di libertà con quelle di una vera giustizia sociale, e questo è il secondo tema che tratteremo in occasione del forum: il divario tra ricchi e poveri che aumenta a dismisura. Interi ceti si sono arricchiti nonostante la crisi economica e grazie alla corruzione irrefrenabile e alle politiche corporative. Ci vorrebbe una grande riflessione collettiva coraggiosa e capace anche di forti autocritiche».

Critica liberale pubblica, in collaborazione con l’Ufficio Nuovi Diritti della Cgil nazionale e grazie ai fondi Otto per mille dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi, un “Rapporto annuale sulla secolarizzazione e la laicità in Italia”

«Tra pochi giorni uscirà il nuovo Rapporto. E ogni volta ci scoraggiamo. Stiamo monitorando la società italiana da vent’anni. E i singoli dati sono sempre quelli di fonti ufficiali. Non ci basiamo su sondaggi che potrebbero essere manipolati o che comunque potrebbero essere influenzati da fattori psicologici. I nostri dati sono sui comportamenti effettivi non sulle opinioni e i nostri indicatori sono più di cento».

Perché vi scoraggiate?

«L’indice nazionale di secolarizzazione, che misura quanto nella vita concreta gli italiani sono obbedienti ai precetti della chiesa cattolica, dimostra che la società italiana è sempre più autonoma e sceglie sempre più liberamente. Anche con dati vistosi come quelli del matrimonio civile e del mancato battesimo. Questo è un segnale positivo. Tuttavia la classe politica è rimasta aggrappata a vecchie usanze clericali degli anni ’50 e non riesce a discostarsene. Anche in questo campo scontiamo un ritardo delle classi dirigenti e non dei cittadini».

Tra le iniziative di Critica liberale ci sono due osservatori privilegiati: uno dedicato alla libertà di informazione e l’altro alla laicità.

«La questione dell’informazione mi sta particolarmente a cuore. Credo che un paese moderno è sano e civile se ha introiettato il principio fondamentale della democrazia e dell’idea liberale, cioè la separazione dei poteri. Oggi sono tre i poteri fondamentali, quello politico, quello economico e quello mediatico. Lascio ai lettori il giudizio su ciò che percepiscono dell’intreccio perverso e strettissimo tra politica, economia e comunicazione. Altro che separazione. Eppure si possono avanzare anche proposte progressive, anche indicare primi passi concreti verso la direzione giusta. Però ci vorrebbero una volontà politica e una coscienza civica che francamente non vedo. Faccio un esempio. Il lettore o l’utilizzatore di un qualunque mezzo di comunicazione ha mai pensato che in quel momento è un consumatore che compra qualcosa, ma che se consuma altre merci molto meno delicate e importanti si può avvalere di alcuni diritti che ha conquistato, e invece come lettore non ne ha alcuno? Può solo astenersi dal comprare, certo, e molti lo fanno. Ma non è questa la fisiologia ma la patologia, perché non c’è democrazia se non c’è da parte della opinione pubblica la possibilità di informarsi con strumenti sufficientemente liberi e altrettanto liberamente scambiarsi opinioni».

E a proposito di laicità?

«Sono davvero pochi coloro che si interessano di laicità e di libertà religiosa. Non c’è modernità senza laicità perché la modernità è nata sulla laicità. Di fronte alla demagogia e al populismo del Vaticano e dei Capi politici non rimane che una “politica” dei passi piccoli ma costanti. Muoversi su questo terreno è molto difficile perché imponente è lo scoglio del cinismo e dalla inconsapevolezza di gran parte della classe politica».

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